La Cripta Napoletana
"In quel giorno dovetti provare tutte le esperienze degli atleti: dopo esserci unti come lottatori, nella Crypta Neapolitana fummo costretti a cospargerci di polvere: non vi è antro più lungo di quello, né più oscuro chiarore di fiaccole; esse infatti ci permettono non di vedere attraverso le tenebre, ma di osservare la tenebra stessa.
Del resto, anche se in quel luogo ci fosse la luce la toglierebbe la polvere insopportabile e fastidiosa anche all'aperto, figurarsi in quella grotta, dove si avvolge continuamente su se stessa e, poiché non c'è nessuno spiraglio dal quale possa uscire, ricade su coloro che l'hanno sollevata" e ancora: " Nessuno carcere più lungo di quello, nessuna fiaccola più fosca di quelle che si paravano innanzi agli occhi non per rischirare le tenebre, ma per far rimirare se stesse. E del resto, anche se un po' di chiarore si fosse avuto, il polverume ce l'avrebbe tolto; sì denso e molesto da ottenebrare anche un luogo aperto! Che dire poi di quel luogo dove in sè stesso si rivolge e dove, per non essere mosso da alcun fiato di vento, ricade su quello che lo sollevano? ".
(Ep. Ad Luc.,57, 1, 2).
La Grotta vecchia di Pozzuoli o di Posillipo, così come pure fu nota, doveva essere - secondo la testimonianza del geografo Strabone - tanto larga da consentire il passaggio di due carri l'uno a fianco all'altro e alta circa 5 metri.
Ma nonostante la luce e l' aerazione fossero assicurate da due pozzi obliqui, l'attraversamento della grotta non doveva certo essere dei più agevoli stando alla suggestiva descrizione che Seneca (I secolo a.C.) ci ha lasciato raccontando all'amico Lucilio del suo viaggio di ritorno da Baia a Napoli, in un giorno di tempesta.
E Maiuri nella sua Guida ai Campi Flegrei (I.P.S. Roma MCMLXX) così si esprime: "chi conosce la pesante e densa polvere dei terreni puteolani, lungo le strade di campagna, le cosiddette cupe, scavate dallo stropiccio dei piedi e delle ruote dei carri entro il banco di tufo, può intendere tutta la vivezza descrittiva dello scrittore latino".
Segnalata da scrittori e viaggiatori, la Cripta Neapolitana è stata riprodotta in moltissimi dipinti e incisioni, a corredo di testi di viaggio di varie epoche. Essa si apre nella collina di Posillipo ed è stata oggetto di un'antica leggenda legata al culto di Virgilio e alle straordinarie doti di mago che la tradizione popolare medioevale gli aveva attribuito. La grotta, infatti, l'avrebbe scavata lui, in una sola notte, "per comodità de li cittadini di Napoli" (Cronaca di Partenope) e da allora avrebbe meritato dal volgo il nome di "Grotta di Virgilio". Altri scrissero che fu eseguita in quindici giorni dall'illustre architetto Cocceio, il quale v'impiegò centomila schiavi. Si trattava di leggende nate in seno alla fantasia popolare, ovviamente rifiutate dagli uomini di cultura: infatti quando il re Roberto d'Angiò chiese al Petrarca cosa ne pensasse egli, indignato, rispose: "Non ho mai letto che Virgilio fosse uno spaccapietre".
Ignorandosi l'epoca della sua formazione è cosa dubbia se i primi abitatori di Napoli o i Cumani poco dopo stabiliti a Cuma l'avessero cavata; tutto quello che a tal proposito si è scritto è senza prova.
Strabone scrivendo sulle opere militari effettuate da Cocceio, che era l'architetto di Augusto, dice che la Crypta Neapolitana era stata fatta per collegare Napoli con Pozzuoli, Cuma e il lago di Averno. La Via per Cryptam, in quel tempo agitato dalle guerre civili, di certo si rese più che mai utile, e quindi più rapida, di quanto non fosse la Via per colles (l'antica Antiniana) che, invece, valicava la collina del Vomero.
Come tutto il complesso di acquedotti, cave, cisterne, trafori stradali, realizzati nel territorio napoletano in epoca romana, è questa invero un'opera meravigliosa per la struttura e il modo come fu eseguita. Taluno afferma essere stata in origine una cava di pietre fatta per la costruzione delle città di Napoli e di Cuma, dappoi utilizzata e ridotta a strada. V'è chi crede essere stata eseguita espressamente per uso di passaggio.
Non dovrebbero esserci dubbi sul fatto che a progettare quel camminamento sia stato Lucio Cocceio Aucto, liberto e architetto che operò nel territorio napoletano e flegreo fra il 40 e il 30 a.C., quando venne qui realizzato un colossale programma di lavori pubblici, a opera soprattutto di Marco Vespasiano Agrippa.
In quell'epoca Cocceio realizzò il tempio dedicato ad Augusto sull' Acropoli di Pozzuoli e altre due imponenti gallerie viarie: il traforo sotto il Capo di Posillipo, denominato Grotta di Seiano che, lungo 700 metri, metteva in comunicazione parti dell'immensa Villa di Vedio Pollione con la spiaggia di Coroglio; nonché quella famosa "grotta di Cocceio" scavata sotto il monte Grillo intorno al 40 a.C. che rese rapidamente raggiungibile la fortificata Cuma dal ben riparato portus Iulius costruito nell'Averno.
Due gallerie perfettamente diritte, al contrario, invece, quella napoletana era tortuosa, oscura e difficile da percorrere. Ma quelle asperità, quelle ripide salite, erano, invece, percorso obbligato per tracciare una strada sicura che doveva adattarsi alla qualità per nulla omogenea del tufo. Cocceio, in epoca romana, se n'era accorto e aveva scelto, per il tracciato stradale, le zone tufacee più sicure.
La galleria fu ampliata la prima volta dagli aragonesi sotto la direzione di Bruno Riparella, come si poteva leggere in una iscrizione latina su due lastre di marmo.
Sulla destra, sotto un arco scavato alle falde della collina vi era una cappella ove sostava l'intero giorno un vecchio eremita che chiedeva l'obolo per tenere sempre accesa una lampada sull'altare. Egli ti additerà devoto il suo rozzo presepe formato in un largo incavo del monte con figure grandi al naturale, ma rozze, sproporzionate; penso ti additerà superiormente, ma più vicino alla grotta, una specie di galleria incavata nel tufo ove gli abitatori di Napoli venivano a venerare il dio Priapo.
Ma quegli che, nel 1548, l'abbassò all'attuale livello, lastricandola come ora esiste, fu il viceré Pietro di Toledo, che governava questo reame a nome di Carlo V. Egli volle in tal modo favorire l'accesso ai Campi Flegrei e rassicurare la popolazione locale, nella quale il ricordo dell'eruzione del Monte Nuovo avvenuta dieci anni prima doveva essere ancora spaventosamente vivo.
A metà strada vi era una chiesetta scavata nel tufo chiamata Santa Maria della Grotta, che vi fu aperta quando il viceré de Toledo volle stroncare i riti osceni che vi si svolgevano. Questa cappella fu poi restaurata nel 1665 dal vescovo di Pozzuoli Diego Ubardez.
Nel 1806 Giuseppe Bonaparte provvide a far collocare lungo la galleria dei fanali, che restando sempre accesi davano un po' di luce ai viandanti. Altri restauri molto importanti furono necessari nel 1893 in quanto forti lesioni minacciavano il crollo. Ma attraversare la lunga galleria faceva sempre impressione.
Negli ultimi anni del secolo scorso la grotta fu pi definitivamente chiusa per motivi statici, mentre ancora costituiva una meta di grande suggestione popolare.
Sbagliarono dunque gli architetti che, per ordine di Alfonso d'Aragona, nel 1455, allargarono il traforo; e sbagliarono in modo ancora più madornale gli architetti che quasi un secolo dopo, per ordine del viceré don Pedro de Toledo, abbassarono l'ingresso e il piano stradale di 11 metri. Spianata e rettificata, non era peraltro molto comoda, né piacque a Johann Caspar Goethe (padre del gran poeta) durante il viaggio del 1740, che così scrive: "continuando la strada s'inghiottisce più polvere che aria e bisogna inviluppar bene la testa per bendare gli occhi, abbandonandosi in tal guisa alla grazia del cocchiere: sicchè siffatta comodità porta seco più gran molestia, ed io certo amerei piuttosto praticar le colline che passar per l'accennata grotta, più convenevole alle notturne ombre di Plutone che ai viventi.
Più poeticamente suggestivo è per Giacomo Leopardi, che nei Paralipomeni scrive del luogo "ove la tomba pon di Virgilio un'amorosa fede" Al nostro grande e sfortunato poeta moderno toccò in sorte una tomba-monumento accanto a quella del poeta latino e ugualmente vuota di resti. Di Virgilio sono andate disperse le ceneri; del corpo di Leopardi, ucciso dal colera del 1837, non si trovò traccia certa nella (poi demolita) chiesa di S. Vitale a Fuorigrotta dove l'ospite napoletano Antonio Ranieri sostenne di averlo sepolto.
Ma la grotta ha avuto anche le sue vicissitudini storiche: attraverso di essa nel 1381 il quarto marito di Giovanna I, Ottone di Brunswick passò col suo esercito per venire a liberare la regina che era assediata da Carlo di Durazzo. Nel 1647, durante i moti di Masaniello, i lazzari chiusero le due entrate tagliando così le comunicazioni e costringendo le truppe di rinforzo attese da Pozzuoli a passare via mare.
Nonostante i dissesti continui, la Crypta Neapolitana assolse al compito di collegare rapidamente la città con la zona flegrea fino al 1885, anno in cui fu aperta una nuova galleria.
Nella zona di Piedigrotta venne sistemato nel 1939 fra roccia e verde, con elementi di classicheggiante solennità architettonica, un "parco" virgiliano e leopardiano, restaurato dopo il lungo abbandono seguito alla guerra. Un progetto per riaprire la Crypta e farne passeggiata archeologica è peraltro allo studio dal 1990.
Pochi sono i visitatori che qui si recano per godere il fascino silenzioso del parco solitario che abbraccia la Grotta e le sacre sepolture di due poeti. In un quieto Eden deserto, ai margini della città tumultuosa e indifferente, si sale tra il verde verso la Crypta.
Arrampicarsi alla tomba che "un'amorosa fede" vuole sia di Virgilio è ancora possibile, ma la grotta è preclusa per sempre. Meravigliosa a contemplare, impossibile a descrivere, disse Lady Morgan.
Prima del suo ingresso a sinistra è posto un epitaffio di stile rozzo, sul quale sono due lapidi: nella prima è ricordata al viaggiatore la tomba di Virgilio coi versi latini attribuiti al poeta morente, che tradotti suonano così: "Mantova mi generò, i calabri mi rapirono, ora mi trattiene Partenope: cantai i pascoli, i campi, gli eroi. Ecco le mie ceneri: l'alloro che qua e là fiorisce sul suolo di Posillipo fa corona alla mia tomba. Se la tomba si rovinasse, le ceneri, generatrici di alloro, custodiranno in eterno grazie a questo il ricordo di Marone".
Napoli fu assai cara a Virgilio che volle esservi sepolto, e la tradizione - avallata da poeti e letterati latini - vuole che la tomba in cui fu deposta l'urna con le ceneri dell'autore dell'Eneide si trovasse proprio nei pressi della "Cripta Neapolitana", dove effettivamente esiste una grande tomba d'epoca augustea.
Nell'altra iscrizione, datata 1668, si decantano l'amenità e la dolcezza del paesaggio flegreo e si riporta l'elenco dei 12 bagni termali (Agnano, Pisciarelli, Astroni, Coroglio, Bagnoli, La Pietra, Pozzuoli) che si trovavano lungo la via, dall'uscita della Crypta fino alla Solfatara. Restaurati nel 1668 dal viceré Pietrantonio d'Aragona, su consiglio del suo medico Sebastiano Bartolo, sono tutti citati con le loro virtù terapeutiche così come lo stesso Bartolo li aveva descritti nella sua Thermologia Aragonia.
Ancora una volta, secondo una leggenda medioevale, sarebbe stato proprio Virgilio a istituire i bagni termali e a indicarne le doti terapeutiche.
A questa grotta e alla vicina omonima chiesa è collegato, fin dai primi secoli dell'era cristiana, il culto della Vergine e la presunta venuta a Napoli dell'Apostolo Pietro. Qui, doveva esservi un tempio pagano dedicato a Priapo, dio della fecondità il cui culto si basava su riti fallici notturni. Il popolo che non poteva assistere ai riti nella grotta si accontentava di sostare sulle balze delle colline circostanti, ma il suono assordante dei cembali, dei sistri e dei timpani rendeva l'atmosfera torrida, e spasmodicamente afrodisiaca.
Allora, nella sfrenata libertà di costumi della Napoli pagana, sino all'alba l'orgia diventava pubblica, e nella folla impudica non mancavano i "discepoli" di Seneca che si accontentavano di guardare per soddisfare le loro esigenze di erotismo solitario. Il genius loci, la tradizione di quel posto ortograficamente misterioso e suggestivo, è stata anche una commistione di sacro e profano. Il beffardo autore del Satyricon, Tito Petronio, fece capitare tre avventurosi giovanotti proprio nel bel mezzo di un rito orgiastico davanti all'ara con i simboli del licenzioso culto del dio Priapo, che veniva celebrato dentro la Crypta. Culto segreto, riservato a pochi: i tre, una volta scoperti, vengono infatti minacciati onde non rivelino quello che hanno visto.
Alcuni hanno voluto ravvisare nei canti intonati dalle vergini adolescenti durante questi riti; nei mottetti e canti improvvisati dai napoletani durante i baccanali che avevano luogo nella grotta e nei suoi dintorni, l'inizio della canzone napoletana. Secondo Svetonio, perfino l'imperatore Nerone, che si credeva artista raffinato e dotato di bella voce, volle venire a cantare a Napoli, presso la Grotta di Pozzuoli. I baccanali, infatti, erano famosi per la grande partecipazione e la forza liberatoria, proprio come sarà, negli stessi luoghi, e nelle ore notturne, la Piedigrotta.
Si racconta che il primo Vescovo di Roma facesse erigere una cappella in onore della Madonna in quella zona nella quale avvenivano le orge e si celebravano i riti del dio pagano. L'apostolo Pietro desiderava, secondo la leggenda, invitarli a mutare quei baccanali che avvenivano nella grotta pagana di Pozzuoli in una festa dello spirito cristiano in onore della Vergine. La chiesa, edificata al posto del Tempio di Priapo, sembra che già esistesse prima del 1207 mentre secondo altri sarebbe stata costruita nel 1353 dopo una apparizione della Vergine. Nei secoli successivi subì varie modificazioni e restauri, fino ad essere completamente rifatta nel XIV secolo.
Abbiamo una lettera scritta dal Boccaccio al suo amico Franceschino de' Bardi, nella quale egli racconta che "scherzando" con una graziosa fanciulla partenopea, a furia di divertirla... l'aveva resa incinta, e nella preoccupazione per il pasticcio in cui si era messo si raccomandava alla "Madonna de Pederotta".
La festa, quindi, si continuò a fare, seppure in onore della Vergine. Ma dopo il rito religioso la gazzarra riprendeva. I napoletani non persero l'abitudine di recarsi li, in pellegrinaggio, la sera del 7 settembre, e dove ancora nel secolo scorso le giovani spose andavano in pellegrinaggio a chiedere figli sani e numerosi.
Durante la festa di Piedigrotta, infatti, i napoletani si recavano all'imbrunire nell'antro dove, alla luce delle fiaccole, mangiavano e ballavano fino all'alba e, al suono dei tamburi, tofe e castagnette, gruppi di uomini potevano licenziosamente approcciare le ragazze venute da ogni zona della città con la speranza, in quella notte sacra, di trovar marito. La festa di Piedigrotta aveva trasformato per una notte l'Antro in bizzarra sala da ballo in cui, per decine di lustri, era poi misteriosamente fiorita la canzone napoletana, da lì avviatasi alla conquista del mondo. Il carattere pagano della festa quindi rimase e dai carri rurali, che venivano dalla campagna addobbati a festa, ebbe inizio l'abitudine di allestire quei carri che contribuivano, soprattutto durante il secolo scorso e i primi decenni del nostro, a dare alla festa rinomanza e interesse.
Famosa è la festa di Piedigrotta che si celebra ogni anno nel di otto settembre in memoria dell'apparizione di Maria. Tutti i nobili napoletani, tutti gli stranieri che vi si trovano, tutti i proprietari di provincia vi accorrono con piacere; è questa forse la festa più celebre del nostro regno.
Ma quello che la rende interessante è il basso popolo. Tutto il volgo di Napoli, il volgo delle province limitrofe ed anche delle città lontane vi accorre coi suoi abiti più ricchi; bello è il vedere quella calca sì elegante e variata sparsa per tutta la riviera, aggruppata nei boschetti della villa reale, aperta in quel giorno a tutti, lieta e festiva percorrere le spiagge di Mergellina e di Posillipo.
Nei paesi vicino Napoli ed anche in quelli alla distanza di cento e più miglia, v'è l'uso d'imporre talvolta nei fogli nuziali l'obbligo allo sposo di condurre la moglie il primo anno a Piedigrotta, il secondo del loro matrimonio a S.Gennaro.
Vedi piccole brigate le quali, pel loro modo di vestire e pel dialetto, appariscono d'uno stesso paese, fermarsi attonite a guardare usi e vesti tanto dalle loro diverse, mentre essi stessi recano altrui meraviglia; costumi differenti, opposti, usati con costanza sempre dal volgo di provincia e che ricordano i nostri antichi dominatori, i primitivi popoli che vi si stabilirono.
Questa immensa calca di popolo tanto variata e pel vestire e pel volto e pel parlare s'agita come un'onda di mare e come il mare assorda; percorre la Riviera, le spiagge, la villa, visita se può la chiesa della Vergine, e si sparge sulle alture, nei verdi giardini fioriti, a lido di mare ove imbandisce il pasto della festa.
Ad un'ora dopo mezzogiorno tutte le truppe in gran gala passano sotto la dimora reale e vengono a schierarsi nella strada in doppia linea dal largo Palazzo fino alla chiesa di Piedigrotta, lasciando nel mezzo una vasta piazza pel passaggio del sovrano.
Questa festa è anche militare fin dalla sua origine ed allora principiarono i sovrani a visitare la Vergine ogni anno in quel giorno. Nell'epoca dei viceré essi la visitavano in grandissima gala accompagnati da tutti i nobili ed i cocchi arrivavano talvolta fino al numero di duemila.
Situate le truppe, vedi allora in moto una straordinaria agitazione in quella folla, tutti cercano un posto per vedere la gala del re; chi all'impiedi, chi assiso, altri su tavole, su panche, aggrappati agli alberi della villa e della spiaggia; l'astuto napoletano aumenta maggiormente il chiasso e la confusione coi gridi e col moto, spinge, urta, calpesta, ride, burla spensierato, allegro; unico scopo, unica meta, unico desiderio di tanta pena è il sito da veder tutto che in fine riesce ad occupare; e la villanella timida abitatrice dei paesi solitari in quel momento d'estrema confusione atterrita s'attacca al braccio fido del compagno e colle mani garantisce le gioie preziose di cui va adorna.
Tutte le aperture delle belle chiese di Chiaia adorne d'arazzi di colori variati, sono riempite da una popolazione di altra sfera: nobili, stranieri, signori di ogni classe, giovanette belle, gentili vestite nel più caro modo e fino alla vecchia nonna, che per settanta volte ha veduto quella festa, addita ai nipoti le gale e le vetture e le paragona col lusso dell'epoca lontana della sua gioventù.
Ove per un momento è rotta la linea delle truppe si precipita all'opposta strada una schiera di popolo, uomini, fanciulli, vecchi, donzelle sperando di trovare più comodo sito nell'altro lato.
Di tanto in tanto da tutti i punti nella vuota strada vedi passar correndo compagnie di villici, fuggire all'opposto lato, atterriti dalla folla e da' soldati tirando a mano le giovani compagne; e fra essi rimane all'indietro talvolta il vecchio agricoltore che, rispettato nel suo villaggio, traversa la strada dignitoso e senza affrettarsi raggiunge i compagni. E chi degno più di lui di stima? Egli che ha speso la vita nell'unica arte utile e necessaria del mondo!
Per l'attento osservatore è quella la più bella scena, è un succedersi d'usi variati, opposti, nella massima loro eleganza, animati da tutto il brio di queste contrade.
Ma allorché alle tre pomeridiane i castelli col continuo sparo annunziano la venuta del re, si sente un mormorio sordo, continuo prolungarsi da per ogni dove.
Coloro che non hanno posto lo cercano, lo trovano e vi riescono a forza di urti e di spinte. Fugge la gente, che tuttora rimane nella strada e la piazza nel mezzo è vuota interamente.
(Francesco Alvino, La Collina di Posillipo, 1845)
Alcuni studiosi come il Cocchia e il Maiuri fanno risalire le origini di Piedigrotta al periodo augusteo; questo ritorno a tempi così antichi può sembrare eccessivo: in realtà trova validissime giustificazioni di carattere generale. Sappiamo che il Cristianesimo, sotto tanti aspetti antitetico al paganesimo si è servito, per i suoi riti e per le espressioni formali, dell'eredità classica.
Luoghi del culto pagano sono stati trasformati in chiese e battisteri; i simboli della mitologia in simboli cristiani; le usanze religiose hanno solo cambiato destinazione.
Di questa nascita pagana piedigrottesca ci parla il Boccaccio quando da Napoli scrive a Cecco di Nardo informandolo che, nella grotta ai piedi di Posillipo, un eremita teneva accesa la fiammella di un lume davanti all'immagine di una Madonnina, già oggetto di devozione e di pellegrinaggio da parte dei napoletani che, come sempre, affiancavano l'adorazione al simulacro con la bestemmia "per la Madonna del Pede rotto". Dopo le semplici manifestazioni medioevali, col Rinascimento ritornò in auge quel tipo di festa popolare che si rifaceva agli antichi riti carnascialeschi e ai baccanali, pur nello spirito profondamente religioso dell' occasione. La plebe si mescolava ai nobili e spesso intervenivano anche i sovrani. Era un evento che si svolgeva tutto sulla riviera e nelle acque del golfo, dove si dondolavano centinaia di barche dalle quali partivano guizzi di luce, suoni e canti. Lungo tutto il percorso della festa si trovavano i venditori di cibi cotti, di frutti di mare, di taralli, di chicche, di dolci tradizionali, di acque semplici o conciate.
Era il momento nel quale il popolano dava libero sfogo al suo spirito burlesco o al suo corrivo, dileggiando e motteggiando e cadendo spesso, con grande scandalo, nell' osceno.
Verso la metà dell'Ottocento Piedigrotta era stata già trasformata e manipolata secondo la volontà dei sovrani e per la gioia dei turisti, oltre che degli stessi napoletani.
La programmazione cominciava a scardinare le forme popolari spontanee; fu il tempo nel quale la canzone napoletana prese quel volo che a così alti livelli doveva portarla e
Piedigrotta divenne l' appuntamento annuale per la sua prima diffusione.
Di popolare vi erano i contenuti e la lingua, ma parole e musica erano opere di autori colti, di grossi nomi come quelli di F. Russo, di Di Giacomo, di Bovio, di Costa, di Tosti e tanti altri.
Lentamente Piedigrotta subisce l'inevitabile logoramento che avviene quando la tradizione passa, dalla viva contemporaneità, alla storia.
Ormai solo un ipotecabile museo etnologico potrebbero mantenere vivo il ricordo di una manifestazione popolare così indicativa di una civiltà e di un paese dal destino storico tanto particolare.